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Published by Gabriele Niola
Fare cinema è un lavoro assurdo. Creare film è ogni volta un piccolo inferno e le persone che ci girano intorno sono strane, originali se non proprio pericolose. Questo podcast racconta le storie dietro ai film, quelle delle vite degli attori o dei registi e tutto quello di paradossale gira intorno al cinema e chi lo fa. Qui in audio su YouTube pure in video. Gabriele Niola è un critico cinematografico, podcaster e creatore di contenuti, da anni scrive di cinema e intervista attori e registi. Tutto pur di non lavorare. Una recensione (a 5 stelle!) è il massimo che puoi fare
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Ultimo giorno alla Mostra del Cinema di Venezia 2026: Dio Ride di Giovanni Veronesi è molto più drammatico del previsto, Father Joe di Luc Besson è una stupidaggine gigantesca ed estremamente divertente, No Paradise If You're Killed by a Woman è uno dei migliori film del festival. E le previsioni sui premi. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Dio Ride è il film di chiusura: Pierfrancesco Favino è un frate francescano nel Medioevo che predica la parola di Dio facendo ridere, Silvio Orlando è l'inquisitore inviato a fermarlo. Ci si aspettava una commedia o un dramedic stile La Vita è Bella — invece è un film drammatico, punto. Le prediche umoristiche del frate sono coerenti con l'umorismo da giullare medievale, non con il nostro. La cosa più intelligente del film è che non nobilita l'umorismo in sé, ma l'impresa: raccontare cose serie cercando di far ridere per arrivare a tutti. Una gigantesca apologia del cinema popolare. Favino usa un'inflessione umbra per rendere il personaggio umile e tenero — la tenerezza smielata non è proprio il mio genere, ma il film è più corretto e strutturato di quanto temessi. Father Joe: scritto e prodotto da Luc Besson (non diretto), con Kiefer Sutherland nei panni di un prete cattolico di New York negli anni '90, reduce del Vietnam, armato fino ai denti, che sgomina le gang della droga per salvare i giovani. Sparatoria in chiesa al ralenti, bazooka, esplosione con camminata a rallentatore sui canti gregoriani. Una stupidaggine gigantesca, un B-movie post-tarantiniano che trova l'equilibrio perfetto tra "Madonna che stupidaggine" e "divertiamoci". In sacrestia c'è un'armeria, i chierichetti sono artisti marziali, i rabbini hanno sistemi informatici, l'imam contribuisce alla causa. Le religioni sono in pace tra loro e combattono il crimine per la salvezza degli orfanelli. Voglio il crossover con L'Esorcista del Papa di Russell Crowe. No Paradise If You're Killed by a Woman è uno dei migliori e più inaspettati del festival. Produzione Kurdistan iracheno-Svezia, regia norvegese-irachena. Una cecchina Pashmerga cerca la sorella prigioniera dell'ISIS tra le macerie di Mosul — girato nei luoghi veri, ambientazione fuori dalla grazia di Dio. Asciuttissimo, stile cinema europeo di tensione (sembra Sollima), azione contaminata da melodramma mediorientale. La protagonista è caratterizzata non dalla forza ma dalla resistenza al dolore, che è la chiave del grandissimo finale. Fuori concorso, ma è il candidato agli Oscar per l'Iraq. Le previsioni: probabile Leone d'Oro a Possible Love, ma il leone che vorrei è per Dau — un pezzo di storia del cinema che però scotta politicamente. Il mio palmarès ideale: Leone d'Oro a Dau, Gran Premio della Giuria a Possible Love, Miglior Attore a Lino Musella, Migliore Attrice a Vanessa Scalera, Miglior Sceneggiatura a Martin McDonagh, Miglior Regia a Werner Herzog, Leone del Futuro alle bambine di Look Back. Riprese e montaggio: Bianca Ferrari #FestivalDiVenezia2026 #Venezia83 #DioRide #PierfrancescoFavino #FatherJoe #KieferSutherland #LucBesson #NoParadise #MostraDelCinema #CriticaCinematografica #VeneziaDailyVlog
Penultimo giorno alla Mostra del Cinema di Venezia 2026: Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis è il migliore dei film italiani in concorso, A Bit of Light delude tantissimo e La Moola non mantiene le promesse. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET A Bit of Light di Aliasgari era uno dei più attesi — e la delusione è proporzionale. Racconta un uomo a Teheran che ha deciso di farla finita, con i parenti e amici che lo sanno. Il clima del regime iraniano è lo sfondo, ma il film non racconta mai davvero il dramma della persona, le cause rimangono vaghe, il protagonista è fastidioso nella sua passività, e la cosa più imperdonabile è il ritmo: il cinema iraniano contemporaneo ha sempre avuto una scrittura forsennata, questo è appositamente dilatato fino a sembrare un cortometraggio allungato a dismisura. Deludentissimo.La Moola stava in Orizzonti, Barbera l'aveva speso molto in conferenza stampa. L'idea è buona — un finto documentario sul traffico di droga a Marsiglia, found footage stile I Promessi Sposi ("abbiamo ritrovato questo reportage"). Nella pratica è realizzato da quattro soldi, i gangster recitano male il loro essere gangster, i momenti di tensione non lo sono, l'incastro narrativo è poco chiaro. Un'originalità che esiste solo sulla carta. Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis è probabilmente il migliore dei cinque italiani in concorso. Un paramedico che negli anni '70, giovanissimo studente di medicina, veniva usato dalla dittatura argentina per tenere in vita i detenuti durante le torture — costretto, senza alternative, ma collaborazionista. Oggi è convocato a testimoniare al processo. Adriano Giannini è eccezionale nel portare un personaggio combattuto tra tutto: sopravvissuto e complice, vittima e carnefice suo malgrado. Bechis conosce la macchina cinema alla perfezione e usa una leggera patina di genere per farti passare le domande impossibili del cinema d'autore. Riprese e montaggio: Bianca Ferrari #FestivalDiVenezia2026 #Venezia83 #MarcoBechis #AdrianGiannini #MostraDelCinema #CriticaCinematografica #VeneziaDailyVlog
Nono giorno a Venezia 2026: un film francese in concorso di commiserazione totale, il documentario sui soldati israeliani che confessano le vittime collaterali e Scherzetto di Mario Martone — un film sbagliatissimo con un'unica scena che vale tutto il resto. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET One Minute to Midnight è l'ennesimo film francese in concorso che non regge il peso della selezione. Un uomo deve aspettare 7 giorni a Parigi per una questione di eredità, ritrova le persone con cui gestiva un giornale anni fa, ascolta da tutti quanto i suoi atteggiamenti fossero tossici e maschilisti. Dialogatissimo, alla Linklater ma senza la profondità — le conversazioni non sono sempre interessanti, il protagonista assorbe tutto senza mai fare sintesi, e la tesi finale è la più banale possibile: viva le nuove generazioni. Naza era il film più atteso con più peso — annunciato in ritardo per ragioni di sicurezza, prodotto dal Guardian, girato da Rachel Szor con 24 soldati israeliani che confessano come funzionano i bombardamenti via drone. Naza è il nome tecnico per le vittime collaterali: anziani, madri, neonati — tutti Naza. Le confessioni sono sconvolgenti. L'unica idea cinematografica davvero forte è quella delle sagome nere intervistate sui tetti di Tel Aviv, con i palazzi illuminati sullo sfondo a "interpretare" i palazzi di Gaza. Per il resto è un reportage — fortissimo giornalisticamente, nullo come linguaggio cinematografico. Scherzetto di Mario Martone (fuori concorso) sprecava un'opportunità commerciale enorme: Tony Servillo, nonno e nipote, Napoli. La parte più bella è quella non commerciale — i fantasmi del passato che appaiono nella casa dell'infanzia, e una scena nei quartieri popolari di Napoli che ha il respiro del grande cinema. Il problema è il bambino, che è spontaneo ma non recita, e Servillo che non fa il lavoro che dovrebbe: recitare anche per lui. Gli ultimi venti minuti sono terribili. Un film sbagliatissimo con dentro una scena straordinaria. Riprese e montaggio: Bianca Ferrari #FestivalDiVenezia2026 #Venezia83 #MarioMartone #Naza #MostraDelCinema #CriticaCinematografica #VeneziaDailyVlog
Ottavo giorno a Venezia 2026: la storia impossibile del progetto Dau e il film monumentale che è diventato, l'italiano The Bear di Edoardo De Angelis e Petit Soldà di Briset con un'Alba Rohrwacher da premio. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Dau è un pezzo di storia del cinema che si sta facendo adesso. Nel 2006 Ilya Khrzhanovksy vuole girare un film su Lev Landau, lo scienziato che sviluppò l'atomica per i russi. Ottiene fondi da un oligarca russo, costruisce a Kharkiv la replica funzionante del centro di ricerca in cui Landau lavorò — cucine, bagni, oggetti d'epoca — e lo popola con 300 non attori pagati per viverci tutti i giorni, senza copione, in costume dal 1938 al 1968, con i telefoni sequestrati. Per tre anni. Con cimici ovunque e una troupe pronta a girare quando succedeva qualcosa di interessante. Nel 2020 escono 13 film da 700 ore di girato. Ora arriva Dau il film, e le immagini più clamorose che Khrzhanovksy aveva girato non erano in quelli — ricostruzioni di Leningrado su scala reale, senza effetti digitali, con un gusto estetico che toglie il fiato. È il film di questa edizione. Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis è l'italiano The Bear: una famiglia napoletana a Natale, la madre che arriva, i rapporti incancreniti, il caos visivo ordinato da una mente precisa. Vanessa Scalera espressionista e Lino Musella che lavora in sottrazione — per me è lui il cuore del film. Sound design curatissimo, mai teatrale nonostante sia tutto in una casa, e un segmento con Tommaso Ragno che è tra i momenti più divertenti visti al festival. Serio contendente per il premio agli attori. Un bon Petit Soldat di Stefan Briset è forse il suo migliore film sul lavoro. Alba Rohrwacher è la vice HR di una grande azienda francese tossica — il capo imprevedibile, gli yes-man, le campagne sul benessere degli impiegati mentre li trattano malissimo — e si impegna come non si vede spesso negli attori italiani all'estero. Altra ipoteca sul premio per gli attori in una categoria densa come poche. Riprese e montaggio: Bianca Ferrari #FestivalDiVenezia2026 #Venezia83 #Dau #EdoardoDeAngelis #AlbaRohrwacher #MostraDelCinema #CriticaCinematografica #VeneziaDailyVlog
Settimo giorno a Venezia 2026: il documentario da 4 ore su Elon Musk che parte bene e crolla, Bardem e Cruz come coppia sposata in un film sciocco, Company di Casey Affleck inspiegabilmente in concorso e finalmente Serpenti di De Paolis. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Musk di Alex Gibney (4 ore, produzione HBO) è appassionante nella prima parte: Gibney scandaglia ogni intervista che Musk abbia mai rilasciato e ricostruisce la carriera con rigore e ricerca. Nella seconda parte, quando entra la collaborazione con Trump e la seconda presidenza, si trasforma in un documentario di Michael Moore — condanna totale, accuse gravissime affidate a fonti non affidabili, ammassate una dopo l'altra senza approfondire nulla. Peccato enorme per una fattura altrimenti splendida.Bunker di Florian Zeller punta tutto sulla chimica reale di Bardem e Cruz, e quella funziona benissimo — la coppia sposata che litiga, si ferisce e cerca di ricucire è ricostruita perfettamente. Il film invece è sciocco: un buco nel muro del vicino diventa metafora di tutte le insicurezze contemporanee (la casa, il matrimonio, il destino del pianeta), con un Tech Bro che commissiona un bunker anti-apocalisse. Conclusioni da poco, ragionamento tenue. Più nello stile del deludente The Son che de Il padre.Company di Casey Affleck inizia bene — struttura a scatole cinesi, anni '60, una donna che racconta una storia che racconta un'altra storia ambientata nel West innevato — poi non sa cosa farne. La trama di genere che emerge non è convincente, la struttura narrativa non serve a nulla, la recitazione non è al livello standard americano. Non si capisce cosa ci faccia in concorso.Serpenti di Roberto De Paolis (scritto dai fratelli D'Innocenzo) è una commedia con un umorismo di tempi dilatati, situazioni ironiche e stranezze — un uomo che vuole confessare un femminicidio e non interessa a nessuno: Borghi il poliziotto disinteressato, Castellitto l'avvocato logorroico con teorie su come farla franca, Golino che innesca il finale. La struttura c'è, le ironie sono quelle giuste. I tempi comici però non si incastrano quasi mai — almeno visto da solo, perché in sala ridevano. Riprese e montaggio: Bianca Ferrari #FestivalDiVenezia2026 #Venezia83 #ElonMusk #JavierBardem #PenelopeCruz #MostraDelCinema #CriticaCinematografica
Sesto giorno a Venezia 2026: il film di Kore-eda che piange pure il signore accanto in sala, una sorpresa giapponese fuori concorso da non perdere e L'estranea di Paolo Strippoli — che non è un horror. Acquista " Fare film è un inferno ": https://bit.ly/InfernoUTET Look Back di Hirokazu Kore-eda è tratto dallo stesso manga e riproduce quasi pedissequamente le stesse inquadrature dell'anime — eppure è dieci volte più efficace. È la storia di due tredicenni accomunate dalla passione per il disegno: una che smette perché l'altra le sembra irraggiungibile, e poi scopre che l'altra la considera la sua maestra. Scene di vita quotidiana che diventano devastanti senza che tu capisca come. Nella prima parte è di una potenza enorme, nella seconda, quando arriva una deriva fantasiosa, si affievolisce. Ma finché non racconta quasi niente è commovente come poche cose viste al festival. Arrested Memory di Sabu è la sorpresa del giorno e si vede quasi solo qui. Un ispettore cinese durissimo, un rapimento di un bambino, un trauma che gli cancella la memoria nel momento peggiore possibile — quello in cui deve fare lo scambio soldi/bambino. Da quel momento diventa La pallottola spuntata: equivoci, tre fazioni che si rincorrono, umorismo giapponese devastante. E mantiene fino alla fine la coerenza da poliziesco. Una mescolanza di linguaggi fatta con profondità e intelligenza rara. L'estranea di Paolo Strippoli non è un horror. Ha jump scare, musiche orrorifiche, vertigini — ma sono spallate verso un genere che il film non abita davvero. È un thriller psicologico con elementi soprannaturali: una madre (Jasmine Trinca) che accetta un tradeoff oscuro da Valeria Bruni Tedeschi per salvare la carriera della figlia attrice, un meccanismo che si ripeterà. Ambientato durante la finale dei Mondiali 2006, intelligente nel costruire l'immaginario borghese italiano. Maldestro come thriller, ma Strippoli è un cineasta da tenere d'occhio. Riprese e montaggio: Bianca Ferrari #FestivalDiVenezia2026 #Venezia83 #HirоkazuKoreeda #PaoloStrippoli #MostraDelCinema #CriticaCinematografica #VeneziaDailyVlog #LEstranea
Quinto giorno a Venezia 2026: la sceneggiatura incompiuta di Bertolucci finisce in un film che non funziona, una danese in concorso ben costruita e il film più bello del festival fino ad oggi — Possible Love di Lee Chang-dong. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Echo Chamber di Andrea Pallaoro nasce da una sceneggiatura incompiuta di Bernardo Bertolucci — e l'idea ha molto senso attribuita a Bertolucci: un grande produttore musicale barricato in casa per problemi alla schiena, un'infermiera che si prende cura di lui e poi di lui in altri sensi, la fantasia di chi vorrebbe essere più vitale di quello che è. In mano a Pallaoro non funziona nulla: il rapporto tra i personaggi è incomprensibile, Marinelli ripete le sue caratteristiche vincenti senza adattarsi alla storia, la musica che tutti dicono meravigliosa è palesemente brutta. Il suo film migliore, ma comunque brutto.Woman Unknown è un film danese in concorso di May el-Toukhy: una cameriera diventata moglie di un industriale nella Danimarca del dopoguerra, nel pieno della caccia ai collaborazionisti dei nazisti, con qualcosa nel passato che rischia di farla crollare. Film di scalata sociale e ipocrisia borghese, con un'idea registica intelligente: l'intera palette cromatica è bianco e rosso, i colori della bandiera danese, usati strategicamente nei momenti chiave. Ben fatto, ma non fa impazzire.Possible Love di Lee Chang-dong è il film più bello visto al festival. Parte del progetto che rifà il Decalogo di Kieślowski — "Non desiderare la roba d'altri" — e racconta due coppie di classi diverse che si incontrano e cominciano a desiderarsi reciprocamente: i poveri vogliono la vita dei ricchi, i ricchi performano l'amore per i poveri. Con un'idea cinematografica intorno a un fischietto che è roba da Parasite per livello di intelligenza. I personaggi poveri non sono migliori di quelli ricchi — sono resi terribili dalla disuguaglianza — e ogni spettatore esce con una lettura diversa. Il film migliore della stagione coreana su questo tema. Montaggio e riprese: Bianca Ferrari #FestivalDiVenezia2026 #Venezia83 #LeeChangDong #AndreaPallauro #MostraDelCinema #CriticaCinematografica #VeneziaDailyVlog #PossibleLove
Quarto giorno a Venezia 2026: il documentario sulla reunion degli OASIS, Prime Time con Robert Pattinson e il grande ritorno di Nanni Moretti a Venezia dopo 37 anni — con tutta la storia di quello screzio del 1989. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Don't Look Back in Anger è un documentario convenzionale sulla reunion degli OASIS, con Steven Knight alla produzione e due registi di videoclip a seguire il tour dal primo giorno di prove. Fa tutto quello che un fan vuole — c'è il primo incontro tra Liam e Noel dopo 15 anni, c'è Cardiff, c'è la riconciliazione — ma lo nasconde strategicamente, montando il loro rapporto fisico piano piano. Il segreto del drama OASIS è uno solo: sono fratelli, e il riappacificarsi tra fratelli colpisce in un modo che nessun'altra reunion di band riesce a replicare. Prime Time di Lance Oppenheim racconta Chris Hansen e To Catch a Predator, il programma MSNBC dei primi anni 2000 che incastrava i predatori sessuali in diretta. La prima parte è molto buona: Oppenheim inquadra i predatori come vittime, mettendo lo spettatore in una posizione scomoda che è la cosa più interessante del film. Poi la sceneggiatura si perde, gli snodi non funzionano, Pattinson recita sopra le righe nel modo sbagliato — gli occhi da cattivo al posto del ragionamento del film. Deludente. Succederà questa notte riporta Nanni Moretti a Venezia dopo 37 anni. La storia vera: nel 1989 Biraghi rifiutò Palombella Rossa senza passare per il comitato di selezione, Moretti la prese come un affronto, finì alla Settimana della Critica come evento speciale, Serge Daney lo vide e lo amò, da lì iniziò la storia francese di Moretti. Il film è buono — un Almodóvar diretto da Moretti, storia di amori intrecciati con Jasmine Trinca e Louis Garrel — ma il potenziale della storia è superiore a quello che appare sullo schermo: la passione travolgente che i personaggi dicono di provare non si vede mai davvero. #FestivalDiVenezia2026 #Venezia83 #NanniMoretti #OASIS #RobertPattinson #MostraDelCinema #CriticaCinematografica #VeneziaDailyVlog
Terzo giorno a Venezia 2026: un film francese in concorso che non doveva esserci, Tsukamoto fuori dal suo elemento, il sorprendente documentario di Miike sul Kabuki e La città dei vivi senza punto di vista. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET 15-18 Place to Heal è l'ennesimo film francese istituzionale — stavolta un reparto psichiatrico per adolescenti — di quella tradizione nata con La Classe: finzione che racconta come funzionano le istituzioni, con personaggi tutti virtuosi, cuori sempre nel posto giusto e scrittura da fiction televisiva. Il ricatto morale di raccontare contesti difficili non basta a fare un buon film. Inspiegabilmente in concorso.Mr. Nelson Did You Kill People di Tsukamoto completa quella che sembra una trilogia ideale sulla guerra, dopo Fires on the Plane e il bellissimo Killing. Ma stavolta Tsukamoto esce dal suo territorio: un film in inglese su un reduce del Vietnam con PTSD, ambientato negli anni 70-90, con Geoffrey Rush psicologo. Tutto ciò che lui sa fare — i flash, il sound design ossessivo, il contrasto carne/acciaio — è ridotto a condimento. La storia non funziona, la regia non frutta. Manca il ferro, manca il film.Il documentario di Takashi Miike sul Kabuki — il primo che abbia mai girato — è la sorpresa della giornata. Racconta l'ultimo erede della famiglia Ichikawa Danjuro, 700 anni di storia, una dinastia considerata maledetta per le morti premature che l'hanno colpita. Il 13esimo porta l'innovazione all'estremo: fa 13 ruoli invece di 10, inclusa una scena in cui interpreta simultaneamente l'accoltellato e l'accoltellatore con cambi di costume fulminei. Molto meglio di quanto fosse in concorso.La città dei vivi nasce dal romanzo-inchiesta di Nicola Lagioia su un omicidio efferato e inspiegabile. Il film arriva senza il nome di Luca Guadagnino (produttore originale) né quello dei fratelli D'Innocenzo (sceneggiatori originali): tutti hanno tolto il nome, cosa rarissima. Il risultato è un film tecnicamente ben fatto, con buone prove attoriali, che dedica tutto il tempo alla vita ordinaria della vittima — e arriva alla fine senza un punto di vista, senza una lettura, senza personalità. Un trailer lunghissimo di un film che non inizia mai. Montaggio e riprese: Bianca Ferrari #FestivalDiVenezia2026 #Venezia83 #TakashiMiike #ShinyaTsukamoto #LaCittàDeiVivi #MostraDelCinema #CriticaCinematografica #VeneziaDailyVlog
Secondo giorno alla Mostra del Cinema di Venezia 2026: il film più sorprendente del festival firmato Werner Herzog, un Gianni Amelio con buone intenzioni e pessima esecuzione, e Wild Horse Nine di Martin McDonagh che punta agli Oscar. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Bucking Fastard di Werner Herzog era il film più atteso e non delude. Le sorelle Mara interpretano due donne che parlano all'unisono, agiscono all'unisono, sembrano una persona sola — ispirate a una storia vera di gemelle omozigote. La cosa pazzesca, tipica di Herzog, è che questa particolarità non è il tema del film: lui la tratta come qualcosa di normale in un mondo che le rifiuta, e costruisce intorno a loro una storia su cosa significa inseguire un sogno ambizioso. Con un processo, Orlando Bloom, caverne gigantesche scavate da un uomo solo e quella componente di romanticismo tedesco che attraversa tutto il suo cinema. Probabilmente il suo film di finzione più bello dal 2000 in poi.Nessun dolore di Gianni Amelio ha intenzioni nobilissime — il senso di colpa del primo mondo, l'immigrazione, Alessandro Borghi venditore di libri usati a Roma — e le spreca tutte. Un film così fuori fuoco da sembrare involontariamente la rappresentazione degli incubi conservatori sull'immigrazione. Scritto male, con personaggi stereotipati. Un errore completo.Wild Horse Nine di Martin McDonagh è la storia di due agenti CIA in Cile durante l'elezione di Allende, diretti sull'Isola di Pasqua. Ha tutto il DNA di McDonagh: amicizia maschile piena di insulti, umorismo inclassificabile, finale d'azione. Sam Rockwell e John Malkovich reggono benissimo. Il limite è che gira a vuoto per troppo tempo prima di concentrare le idee migliori nel finale. Montaggio e riprese: Bianca Ferrari #Venezia83 #WernerHerzog #MartinMcDonagh #GianniAmelio #MostraDelCinema #CriticaCinematografica #VeneziaDailyVlog
Primo giorno alla Mostra del Cinema di Venezia 2026: il restauro di Tinto Brass in preapertura, l'apertura di Orizzonti e Ink di Danny Boyle che apre ufficialmente il concorso. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Il festival è cominciato e la preapertura è toccata a Col Cuore in Gola di Tinto Brass (1967), un thriller psichedelico girato a Londra con Jean-Louis Trintignant, restaurato dal Centro Sperimentale di Cinematografia con il supporto di Netflix. Un film proto-'68 che racconta come Brass sia arrivato al cinema erotico attraverso una carriera ben più complessa di quella che si ricorda — e che probabilmente è il primo passo di una rivalutazione critica destinata ad accelerare.La ragazza con la Leica di Alina Marrazzi apre Orizzonti e racconta Gerda Taro, compagna di Robert Capa. Il paradosso è che un film nato per celebrare una figura dimenticata finisce per non metterla mai al centro: il nome di Capa viene pronunciato decine di volte, le scenografie e i costumi sanno di falso, la scrittura è ridondante. Un film convenzionale che non regge il peso dell'apertura di sezione.Ink di Danny Boyle apre il concorso: è la storia di Rupert Murdoch e della nascita del Sun, il quotidiano scandalistico fondato nel 1969 con il direttore Larry Lamb. È spettacolare e ritmato, con una intuizione forte — quei contenuti oggi associati a degenerazione erano allora rivoluzione e liberazione. Ma il finale lo spreca tutto con un montaggio didascalico che collega i tabloid a Facebook e Trump. Un film buono che non affronta le questioni cruciali del tema che vuole trattare. Riprese e montaggio: Bianca Ferrari
Come il film più ambizioso degli anni Novanta è diventato il più grande flop di Hollywood: la storia impossibile di Waterworld, 175 milioni di dollari, un set che affondò, Spielberg che avvertì e non fu ascoltato. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Per chi vuole approfondire consiglio questi due articoli: https://www.slashfilm.com/653692/the-story-behind-waterworlds-nightmarish-production/ https://alltherightmovies.com/feature/stormy-seas-exploring-the-myth-of-waterworld-25-years-on/ Kevin Costner è legato in cima all'albero maestro della sua imbarcazione. Non è finzione: l'hanno legato sul serio. L'elicottero se n'è andato, il mare si è alzato, il vento è troppo forte per recuperarlo. Resterà lì per un'ora alla deriva, chiedendosi: «Cosa sto facendo della mia vita?». È l'immagine più grottesca di tutta questa storia. Tutto comincia nel 1986 con Roger Corman che vuole un "finto Mad Max": commissiona la sceneggiatura a Peter Rader, la rifiuta perché troppo cara, e la cosa finisce lì. Fin quando i fratelli Gordon non la fanno leggere a Kevin Costner, nel momento in cui Costner è già la star più potente di Hollywood: Balla coi lupi, Robin Hood, Guardia del corpo, quattrocento milioni a film. Con lui a bordo, Waterworld diventa improvvisamente possibile. Non però intelligente. Spielberg viene in visita come cortesia tra colleghi — lui aveva quasi distrutto la sua carriera girando Lo squalo in mare aperto — e dice a Costner di non farlo. Non viene ascoltato. La Universal stima il budget a 65 milioni, mette da parte altri 35 "per sicurezza". Costner ne mette da parte altri 35 per conto suo. Il film alla fine costerà 175 milioni. Quasi tre volte la prima stima. In mezzo c'è Kevin Reynolds, regista con cui Costner non si parlava già prima di iniziare. Joss Whedon che riscrive il copione sul set alle Hawaii («ero lo stenografo più pagato al mondo»). Un megaset da 22 milioni di dollari affondato da un uragano e ricostruito. 425 comparse da trasportare in mare ogni giorno. Attrici sbalzate fuori dalle imbarcazioni. Il regista con il mal di mare cronico. E i documenti del divorzio di Costner recapitati sul set al terzo giorno di riprese. Le r prese durano 160 giorni invece di 96. Reynolds abbandona con una battuta micidiale. La stampa chiama il film "Kevin's Gate". Dennis Hopper rivela il budget in TV e aggiunge che avrebbe dovuto chiedere di più. Il film esce già odiato da tutti. Incassa 264 milioni nel mondo. Gli sarebbero serviti il doppio per andare in pari. La perdita è di 160 milioni. Torna in attivo nel 2013, quasi vent'anni dopo. Storyline su IG: https://bit.ly/StorylineIG Storyline su TikTok: https://bit.ly/StorylineTK #Waterworld #KevinCostner #Hollywood #Flop #CinemaAnniNovanta #FilmItaliano #Storyline #BehindTheScenes
21 luglio - ROMA: Libreria Feltrinelli Piazza Pio XI ore 18.30 28 luglio - SABAUDIA: Palazzo Mazzoni ore 19.00 30 Luglio - VALENTANO: Palazzo della vittoria 19.30 Come Federico Fellini ha trasformato il blocco creativo, il caos e la crisi personale in 8 e mezzo: il film più autobiografico e più inimitabile del cinema italiano. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Prima di 8 e mezzo, Fellini non era il genio universalmente amato. La Strada aveva diviso la critica, La Dolce Vita era stata contestata alla prima milanese. Ma la Palma d'Oro a Cannes crea qualcosa di peggio del fallimento: una pressione immensa. Fellini non sa più cosa fare.Il film che nasce da questo blocco è anche il film del blocco: un regista che non sa cosa girare, circondato da produttori, attori, ex amanti e figure del passato. Per arrivarci, Fellini ci mette anni, cambia più volte il soggetto — prima uno scrittore in crisi, poi un impresario teatrale — e scrive la sceneggiatura in quattro con Flaiano, Pinelli, Rondi. A un certo punto manda una lettera al produttore Angelo Rizzoli per dire che molla tutto. La lettera esiste ancora. Poi scende in ascensore, si siede alla festicciola di produzione col bicchierino di spumante, si sente "un uomo con il martello legato alla coscia" — e lì, in quel momento, vede il film nella testa.Sul set, Fellini fa contare gli attori al posto delle battute. Va letteralmente a caccia di facce per le strade. Sandra Milo la recluta presentandosi a casa sua nel mezzo della notte con tutta la troupe. Mastroianni interpreta Guido Anselmi copiando tic, vocina e movenze di Fellini stesso. Gianni Di Venanzo inventa un bianco e nero nuovo — sovraesposto, quasi bruciato nelle scene delle terme — per separare realtà, sogno e memoria senza didascalie. Ci sono tre finali. Solo uno è quello che conosciamo. E Ennio Flaiano scoprirà sull'aereo per gli Oscar di volare in economy, mentre Fellini è in prima classe. Non collaboreranno mai più.Storyline su IG: https://bit.ly/StorylineIGStoryline su TikTok: https://bit.ly/StorylineTK#8EMezzo #Fellini #CinemaItaliano #Mastroianni #FilmItaliano #Storyline #FilmAnalysis #Storia
Come Danny Boyle ha reinventato il cinema horror con videocamere consumer digitali, zero star e un budget esaurito: la storia improbabile di 28 giorni dopo.Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTETDopo il disastro di The Beach — 50 milioni di dollari, un flop colossale, Ewan McGregor che non gli rivolge più la parola — Danny Boyle decide di tornare alle origini. Alex Garland, sceneggiatore di The Beach, lo convoca in una pizzeria a Charlotte Street a Londra e gli propone un'idea che sembra stupidissima: zombie che corrono, a Londra, riconoscibile. Nessuna star, nessun budget. Solo una domanda: cosa succederebbe se il virus della rabbia dei cani colpisse gli esseri umani?Quello che nasce è uno dei film più influenti degli anni 2000. Boyle filma Londra deserta alle 4 di mattina con videocamere consumer digitali — lo stesso formato dei film Dogma 95 di Lars von Trier e Vinteberg. Cillian Murphy viene scoperto quasi per caso: Ewan McGregor ha detto no (è offeso, offeso profondamente), Ryan Gosling idem. Il budget finisce prima che il film sia completato. In Inghilterra scatta il garante dell'assicurazione. Fox Searchlight salva il finale, girato in 35mm, l'unico pezzo analogico di un film interamente digitale.Il risultato: l'incasso britannico ripaga da solo l'intero budget. 28 giorni dopo ridefinisce gli zombie per sempre — da lenti a veloci, da morti a infetti — e apre la strada a The Walking Dead, L'alba dei morti dementi, Dawn of the Dead di Zack Snyder. Il direttore della fotografia Anthony Dod Mantle vincerà poi l'Oscar con Boyle per The Millionaire. Anche quello girato in digitale.─────────────────────────────🔔 Iscriviti per non perdere i prossimi video─────────────────────────────Storyline su IG: https://bit.ly/StorylineIGStoryline su TikTok: https://bit.ly/StorylineTK#28GiorniDopo #DannyBoyle #AlexGarland #CillianMurphy #Horror #Zombie #Cinema #FilmAnalysis #FilmItaliano #Storyline0:00 The Beach e il disastro americano di Danny Boyle1:20 Come The Beach ha generato 28 giorni dopo2:30 Alex Garland e l'idea degli zombie veloci4:29 La riunione nella pizzeria di Charlotte Street6:15 Il virus della rabbia: perché funziona7:00 Ewan McGregor dice no8:03 Ryan Gosling seconda scelta9:21 La scoperta di Cillian Murphy10:33 Naomie Harris e il cast definitivo12:50 Girare Londra deserta alle 4 di mattina13:35 La scelta radicale del video digitale16:41 Dieci videocamere sul set19:42 Un mese dopo: l'11 settembre cambia tutto21:34 Il budget finisce prima della fine del film25:10 Fox Searchlight salva il progetto25:58 Il finale girato in 35mm26:25 Il successo e l'eredità di 28 giorni dopo
Hong Kong Express nel 1994 ha trasformato Wong Kar-wai nel più grande regista d'autore di Hong Kong: girato in 23 giorni per liberarsi dalla lavorazione impossibile di un altro film, improvvisato ogni mattina, con dialoghi scritti la notte prima.Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTETWong Kar-wai era entrato nel cinema di Hong Kong attraverso la televisione e la collaborazione con Patrick Tam, uno dei registi chiave della New Wave locale. Il suo primo film, As Tears Go By, aveva già mostrato le ossessioni che lo caratterizzeranno, ma era ancora ancorato al racconto di periferia. Nel 1994 si trova nel mezzo della produzione di Ashes of Time — un wuxia epico e complicatissimo, in ritardo, fuori budget, senza fine in vista — e decide di staccare. Chiama Christopher Doyle, che stava lavorando su un altro set: tre giorni dopo Doyle è a Hong Kong, senza preparazione, e cominciano a girare. Ogni giorno si improvvisa tutto: le scene, i dialoghi (scritti da WKW la notte prima), le inquadrature. Doyle inventa le immagini ispirandosi al Feng Shui, alle luci al neon, a ciò che trovano per strada. Il film racconta due storie separate di poliziotti e relazioni mancate, girate nelle Chungking Mansions — palazzo caotico di Kowloon — e nei vicoli di Lan Kwai Fong. Sullo sfondo c'è il 1997: la restituzione di Hong Kong alla Cina si avvicina e quel senso di limite temporale attraversa ogni scena. Brigitte Lin — "la Greta Garbo di Hong Kong" — è alla fine della carriera. Faye Wong era la rockstar più famosa di Hong Kong. Tony Leung sarebbe diventato ancora più iconico grazie a WKW stesso, con In the Mood for Love. La tecnica dello step printing — più fotogrammi per immagine, otturatore aperto — crea quell'effetto di movimento sfocato e velocità alterata. Quentin Tarantino lo distribuì negli Stati Uniti e WKW divenne il primo regista d'autore di Hong Kong a diventare un mito per gli occidentali.─────────────────────────────🔔 Iscriviti per non perdere i prossimi video─────────────────────────────Storyline su IG: https://bit.ly/StorylineIGStoryline su TikTok: https://bit.ly/StorylineTK#cinema #wongkarwai #hongkong #hongkongexpress #chunkingexpress #film0:00 Intro: il film che ha cambiato tutto1:57 Come Wong Kar-wai è entrato nel cinema3:15 Il primo film: As Tears Go By4:14 Christopher Doyle: il coautore5:35 La crisi di Ashes of Time6:18 La decisione: facciamo il contrario8:07 Hong Kong Express e Angeli Perduti10:11 Il contesto: la restituzione di Hong Kong alla Cina nel 199711:56 Brigitte Lin, Tony Leung, Faye Wong16:19 Come è stato girato: improvvisazione totale18:20 Le Chungking Mansions20:12 La tecnica dello step printing23:23 Tarantino e la distribuzione negli Stati Uniti
Per chi volesse approfondire la storia della Miramax e gli anni d'oro di Weinstein se ne parla molto in questo librone: https://www.ibs.it/down-dirty-pictures-libro-inglese-peter-biskind/e/9780747565710 Per chi invece volesse approfondire la parte di scandali e molestie c'è questo libro: https://www.lafeltrinelli.it/hollywood-ending-ebook-inglese-ken-auletta/e/9781984878380 Infine qui gli articoli che lo fecero crollare: https://www.newyorker.com/news/news-desk/from-aggressive-overtures-to-sexual-assault-harvey-weinsteins-accusers-tell-their-stories https://www.nytimes.com/2017/10/05/us/harvey-weinstein-harassment-allegations.html #cinema #film #harveyweinstein #miramax #hollywood
Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Partecipa alla puntata dal vivo di presentazione del libro al Cinema ritrovato: https://ilcinemaritrovato.it/eventi/fare-film-e-un-inferno/ Qui trovate un buon dietro le quinte in cui si vedono molti trucchi: https://www.youtube.com/watch?v=Sb5x-OSnlI8 John Landis aveva scritto la sceneggiatura nel 1969 — aveva 19 anni — dopo aver lavorato in Jugoslavia su un set e aver scoperto che alcune persone del posto credevano davvero di trasformarsi in lupi mannari di notte. Gli studios dissero no per 10 anni: troppo divertente per essere un horror, troppo spaventoso per essere una commedia. Quando finalmente ottenne il via libera, la prima cosa che fece fu chiamare Rick Baker, con cui aveva già immaginato il film anni prima. Rick Baker aveva già firmato per The Howling. Landis andò su tutte le furie, Baker pagò la penale e lasciò The Howling per stare su Landis. Con un budget di 10 milioni — finanziato attraverso presales internazionali, con Landis che si assumeva ogni rischio economico — cominciarono a progettare la trasformazione più ambiziosa mai tentata: nessun taglio, nessun cambio di luce, in piena luce, con il dolore delle ossa che si rompono e si ricompongono. Il lupo mannaro finale è un misto tra il viso dell'attore David Naughton, quello di Rick Baker e le facce dei suoi cani. La scena della trasformazione va in scena con Blue Moon — nella versione allegra anni '50 — suonata in sottofondo. Quell'anno, per la prima volta nella storia degli Oscar, fu assegnato il premio per il miglior trucco. Rick Baker lo vinse.
Pre-ordina "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET A chi vuole approfondire la storia delle lavorazioni di James Cameron invece consiglio questo libro: https://www.goodreads.com/en/book/show/230972104-the-bigger-picture La storia vera della lavorazione di Titanic è più assurda del film stesso. James Cameron ottiene carta bianca dalla 20th Century Fox e la trasforma in un disastro contabile da 200 milioni di dollari — il più costoso della storia del cinema fino a quel momento. Due studi in guerra, attori intossicati con il PCP, Kate Winslet che rischia di annegare sul serio, una vasca costruita dal nulla in Messico e un regista che non accetta un solo taglio. Tutti pensavano fosse il flop del secolo. Avevano torto. 🎬 In questo video racconto tutto: i soldi spariti, le urla sul set, la DiCaprio-mania, gli 11 Oscar e l'uomo che ha sopravvissuto a tutto questo con un poster appeso in ufficio che diceva solo "Siamo sopravvissuti".Storyline su IG: https://bit.ly/StorylineIGStoryline su Tiktok: https://bit.ly/StorylineTK#Titanic #JamesCameron #Cinema #StoriaDelCinema #Hollywood #DiCaprio #KateWinslet #Film
Il documentario sul making della prima versione del Don Chisciotte di Terry Gilliam si trova su YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=-GxK5Jjyp74 Un libro invece che funziona come un'autobiografia (ma da vivo, precisa lo stesso Gilliam) è questo: https://www.lafeltrinelli.it/gilliamesque-a-pre-posthumous-memoir-libri-vintage-vari/e/2570200486334?srsltid=AfmBOooB5uEXGUqeSx_B4nxHI7XJldWb8X5M4PUJIW7l8Qai7FRXRJNP ed è molto bello e pieno di dettagli sulla vita e le opere di Terry Gilliam, inclusa ovviamente tutta la saga del Don Chisciotte da Johnny Depp fino ad Adam Driver.Invece la testata Rolling Stone qualche anno fa ha fatto una timeline completa degli eventi, come se fosse un universo narrativo: https://www.rollingstone.com/tv-movies/tv-movie-news/terry-gilliams-three-decade-don-quixote-odyssey-a-comprehensive-timeline-629143/ #cinema #film #terrygilliam #johnnydepp #donchisciotte #adamdriver 0:00 La pre produzione della prima versione8:58 Il disastroso set15:35 La maledizione del dr. Parnassus 19:29 L'ultimo tentativo23:08 La disputa al festival di Cannes
Per chi vuole approfondire c'è questo making of di Labyrinth molto ben fatto: https://www.youtube.com/watch?v=wBHhSnpAe-c #cinema #film #davidbowie #jenniferconnely #jimhenson #labyrinth
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Observed September 21, 2026.
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